di Silio Rossi – Ho fatto un “bidone” a Maradona. Di solito i tiri mancini erano i suoi, ma anche a me è successo e ho anche “fatto gol” al calciatore più forte del mondo. Mi sono inventato un’intervista di cui hanno beneficiato i giapponesi che, per motivi di lavoro, di turismo, di studio si sono affidati, tanti anni fa, ai servizi della loro compagnia di bandiera, la JAL, e hanno sfogliato la rivista che si trova nei sedili dell’aereo.
La direzione di “Winds”, così si chiama la testata, volendo soddisfare la curiosità dei suoi lettori, aveva avuto la buona un’idea di interessarsi all’Italia, allora Paese corteggiatissimo dai giapponesi e considerato all’avanguardia per tanti motivi. Paese quindi da seguire attentamente, se non addirittura da copiare.
I contenuti del magazine della JAL dovevano coprire stimolare l’interesse dei clienti viaggiatori, e allora la compagnia fece stampare un numero monografico da dedicare all’Italia, alle sue meraviglie, alla bontà della sua cucina, a tutto quello che di bello e di buono si diceva in giro. Un numero che raccontasse soprattutto le eccellenze che rendevano la nostra nazione prima nel mondo, basandosi, ovviamente sul parere e sui sondaggi degli stessi giapponesi, invitati a prendere il primo volo per l’Italia.
E così si quella rivista si magnificata il Chianti, ma si teneva in bella vista anche il resto della produzione degli altri vini, l’olio della Puglia, la tessitura, il pellame, il parmigiano reggiano, le ceramiche di Faenza e ovviamente il nostro calcio.
Il football nel Sol Levante stava crescendo a buoni livelli e per farlo esplodere definitivamente, i giapponesi prendevano a modello quanto si faceva da noi che proprio in quegli anni eravamo diventati Campioni del Mondo.
Il modo migliore per appassionare i lettori era proporre interviste con calciatori i protagonisti nel nostro campionato, e la richiesta mirata che fecero a me era quella di farla a Diego Armando Maradona, perché nessuno meglio di lui, a quei tempi, avrebbe potuto accendere il calcio in Giappone.
L’intervista, grazie alla mia amica Floriana De Giorgi, mi fu commissionata da Takako Fujinami che dirigeva un ufficio di corrispondenza qui a Roma, attraverso il quale sbrigava pratiche che riguardavano il Giappone, le prenotazioni negli alberghi, il noleggio di bus per scorazzare le comitive una volta arrivare da noi.
Parlare con Maradona in quegli anni non era affatto semplice. Intanto era cosa proibitiva “pizzicarlo”: Diego era continuamente in aereo e neppure i dirigenti del Napoli sapevano come motivare le sue assenze.
Chiamai Luciano Moggi, allora direttore generale del club. Neppure lui se la sentiva di rispondere con certezza alle domande che spesso noi cronisti gli rivolgevano e che, quasi sempre, riguardavano i viaggi non autorizzati in Argentina del Pibe de Oro. Lucianone ripeteva sempre lo stesso ritornello: “Diego torna giovedì“. Ma non spiegava mai di quale settimana.
Dal Giappone mi avevano mandato un documento scritto in inglese con le domande da fare al calciatore. Erano quesiti banali, scontati, puerili che puntavano soprattutto a chiedere a Diego se avesse piacere di trasferirsi da quelle parti per giocare nel campionato che stava nascendo.
Qualche giorno riprovai ancora ancora Moggi, quella volta mi fu d’aiuto: “Diego a metà settimana passerà da Roma, arrivando da Buenos Aires. Ma devi fatti furbo ed entrare nella sala vip, perché starà fermo per un’ora, poi ripartirà per Milano perché domenica prossima il Napoli giocherà a Brescia“.
Puntuale mi presentai a Fiumicino. Marcello Geppetti, fotografo dell’agenzia giornalistica dell’aeroporto, mio aiutò a ottenere il permesso per entrare nella sala vip e aspettai che il giocatore e tutta la sua “corte dei miracoli” passasse in quella sala esclusiva. Quando lo ebbi davanti gli chiesi l’intervista: “Diego, giusto pochi minuti solo un piccolo impegno“. Mi rispose che avrebbe preso un caffè e si sarebbe messo a disposizione.
In dieci minuti cambiò la scena: la disponibilità che mi aveva concesso prima non c’era più: “Devi parlare con Guillermo Coppola, il mio procuratore che gestisce queste richieste“.
La verità è che Maradona aveva capito che le linee aeree giapponesi avrebbe potuto “sganciare” un po’ di soldi che Diego avrebbe destinato, come al solito, a quanti erano soliti accompagnarlo in questi lunghi trasferimenti. Mi rifiutai di cercare Coppola, anche perché avrei perso un’altra settimana e i tempi della consegna dell’intervista a Winds erano strettissimi.
Che cosa ho fatto? Visto che le domande dei giapponesi non richiedevano un grande sforzo di intelligenza, né da parte di Diego, né da parte mia, pensai che una “fasullata” ci stava proprio bene. E’ vero, ogni giorno per lavoro, ero impegnato a fare domande di ben altro genere, mi avevano insegnato a parlare realmente con l’interlocutore e non a inventare.
Una volta a casa, da solo, risposi alle dieci domande a Maradona e inviai il tutto all’ufficio di Takako.
Dopo qualche settimana mi arrivò il magazine della JAL. In una delle pagine interne capii che c’era la “fasullata”, riservata a Diego. Era tutto scritto in giapponese. Gli unici indizi che fosse davvero quello che avevo scritto era una foto, in cui Emidio Oddi, con la maglia della Roma, tenta di bloccare Maradona. E da un’altra parte della pagina, quella riservata agli autori, il mio nome, ovviamente in giapponese.
Però la testata del giornale Il Tempo, il giornale per il quale lavoravo, questa si che era in italiano e grazie a Dio “certificava” che solo in quella occasione particolare mi ero “concesso” una leggerezza. Un peccato veniale.

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