di Silio Rossi – Di solito le giornate di noi cronisti inviati a seguire Lazio e Roma, in casa e soprattutto fuori, finivano con una “sentenza” diventata negli anni un nostro slogan ma anche la maniera per darci appuntamento alla trasferta successiva.
“E pure questa è andata. Stamo bene così” era la frase con la quale ci congedavamo solitamente scendendo le scalette degli aerei o dai treni presi quasi sempre in corsa. Un mantra che chiudeva caotiche giornate di lavoro e scioglieva la simpatica compagnia.
Eravamo un bel gruppo di “champagnoni“. Eravamo sì sempre attenti a non prendere il “buco” dal collega, ma se pure capitava, sapevamo come far restare saldo il rapporto di amicizia che non è mai stata tradito per beghe lavorative né per motivi di tifo, nonostante parteggiassimo chi per la Lazio chi per la Roma. Un gruppo di professionisti veri, non di “zatteranti” aggettivo con cui Franco Melli, firma autorevole del Corriere della Sera, aveva cominciato a chiamare quanti, magari con furbizia o con mezzucci, si erano affacciati al nostro mestiere.
Ho fatto il nome di Franco, ma il gruppo contemplava Sandro Vocalelli, Alberto Pagliari e Guido D’Ubaldo del Corriere dello Sport; Mimmo Ferretti de Il Messaggero, Pino Cerboni del Paese Sera; e poi i colleghi della Rai, Marco Cherubini di Mediaset, Peppe Toti, anche lui partito dal quotidiano caro a Biscardi; Mimmo De Grandis, giustamente approdato prima alla Gazzetta dello Sport e poi al Corriere della Sera, e infine il sottoscritto de Il Tempo, spessissimo accompagnato da Antonella Pirrottina, colonna importante del gruppo di Piazza Colonna.
Eravamo molto più giovani e, quindi, più “scapigliati”, nel senso che il lavoro ci manteneva attenti e legati, ma prima o dopo aver dettato i pezzi ai dimafonisti sapevamo come “buttarla in caciara”.
Il nostro piatto forte era la presa per i fondelli se le squadre per le quali avevamo un po’ di passione non ripagavano con i risultati il nostro affetto. La cosa scatenava sempre un cazzeggio simpatico che condivamo con un po’ di sana malizia, ma sapevamo fermarci quasi sempre in tempo perché gioie o incazzature si sistemassero in pochissimi minuti. Eravamo consapevoli di essere professionisti e in quanto tali ci sentivamo obbligati a mantenere un po’ di stile, sapevamo bene quando fosse il momento di affondare e quando quello di mettere un freno e soprassedere.
Da anni ho smesso di viaggiare e di seguire il quotidiano di questa o quella squadra. Dal mio punto di osservazione privilegiato credo però di aver capito che quel mondo sia peggiorato e che il giornalismo, quello dei “padri fondatori” di una volta, inutilmente rimpianto, sia diventato al giorno d’oggi un’accolita di pseudo furbi e di gente, permettetemelo, che con questa professione ha proprio poco a che vedere.
Ovviamente sono solo mie personalissime considerazioni. Non voglio certo dare lezioni né insegnare il mestiere a nessuno. A chiunque si senta offeso o chiamato in causa da questi miei pensieri consiglio di dare uno sguardo al motto dell’Ordine della Giarrettiera: “Honni soit qui mal y pense“, “Si vergogni chi pensa male”.
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