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Accadde oggi – 5 dicembre 1921: la FA vieta il calcio femminile

La Football Association vara un'ingiustizia al cuore del calcio

di Sabrina Villa – Quando un secolo fa, il mediano della Pro Vercelli Guido Ara dichiarò “Il calcio non è uno sport per signorine“, non si riferiva alle donne. Nulla c’entrava con la discriminazione di genere. Il motto, ripreso da tutto il mondo, lui lo coniò riferendosi con arguzia campagnola verso gli allora padroni del calcio italiano. La sua Pro Vercelli era una squadra di uomini umili e orgogliosi, l’antitesi dei figli dei ricchi commercianti e dei banchieri che avevano giocato nel primo Genoa o i liceali torinesi del D’Azeglio creatori della Juventus, i giocatori-fondatori di Milan e Inter.
Quindi di sessismo nemmeno l’ombra. Eppure, ancora oggi, basta una frase del genere “il calcio non è sport per signorine” a scatenare scene anti-patriarcato. C’è da dire che forse qualcuno sull’esternazione di Ara ci ha marciato un po’ troppo .

Ma qualcosa di fortemente ghettizzante accadde. Nel tumulto dell’effervescente atmosfera calcistica dell’Inghilterra del 1921, una decisione triste e discriminante ha gettato un’ombra lunga sull’allora crescente entusiasmo per il calcio femminile.

È il 5 dicembre 1921, il giorno che ha rappresentato nella storia del calcio un capitolo iniquo nella lotta per i diritti e l’uguaglianza di genere. E’ il giorno in cui la Football Association, maggior organismo calcistico inglese, segnerà un’ingiustizia al cuore del movimento.

Per capire cosa accadde realmente dobbiamo fare un passo indietro e partire esattamente dall’inizio.

In Gran Bretagna già negli ultimi due decenni del XIX secolo iniziarono a formarsi squadre di calcio femminile. Il primo incontro ufficiale di cui si ha notizia è del 1895. A dare la spinta vera al calcio giocato da donne però fu la Prima guerra mondiale.
Con gli uomini lontani, al fronte, le donne lavoravano al posto loro nelle fabbriche. E nelle pause o dopo il lavoro si ritrovavano insieme. Alcune giocavano a calcio, formando squadre legate alle aziende. È questo, ad esempio, il caso Dick, Kerr’s Ladies Football Club. La squadra nata nel 1894 le cui giocatrici erano prevalentemente operaie della fabbrica di Preston, Lancashire, dove si producevano vagoni e locomotive in tempo di pace, munizioni in tempo di guerra.

Le calciatrici trovarono nella passione per il calcio un rifugio di forza e solidarietà. E incarnarono alla perfezione lo spirito di resilienza e passione, proprio del calcio.
Le signore del Kerr” si impegnarono a tal punto da riscuote grande popolarità in patria, ma anche all’estero. Nel 1920 iniziano a giocare quattro partite contro una squadra francese guidata dall’avvocato dello sport femminile Alice Milliat. A Deepdale, Stockport, a Manchester e poi a Stamford Bridge. Forti dell’eco ricevuto partirono alla volta di Parigi, Roubaix, Le Havre e Rouen. Un tour divenuto estremamente famoso e popolare tra i tifosi.

Tornate in Inghilterra programmarono per Santo Stefano contro le rivali St Helens a Goodison Park una partita dal clamore sempre più crescente. Nessuno prevedeva, tuttavia, che l’impatto sarebbe stato così eclatante sul futuro del calcio femminile.

Ad assistere all’incontro, secondo il diario della giocatrice Alice Stanley, ci sarebbero stati ben 53.000 tifosi. Un inno alla forza e al talento delle donne sul campo di gioco. Un record di presenze mai superato in 92 anni! Fino al giorno in cui la nazionale maschile, a Wembley contro il Brasile durante i Giochi Olimpici di Londra 2012, superò quel dato arrivando a 70.584 spettatori.  

Il calcio femminile di quegli anni di guerra era contagioso. Un movimento in espansione, numerica e geografica.  Anche nella rigida Scozia iniziavano a prender vita squadre di donne ma il consiglio dell’Associazione gioco calcio scozzese, che riteneva vile che alcune donne prendessero a calci un pallone, proibì ai club associati di affrontare queste ragazze. Divieto che durò poco. Siamo nel 1921 e Oltremanica si sono formate già 150 squadre.

E qui nasce il problema. Sì, perché riprendendo la frase di Ara “Il calcio non è sport per signorine“, il calcio femminile in Inghilterra era stato tollerato durante gli anni del primo conflitto mondiale, ma con gli uomini tornati alle loro case, alle fabbriche e ai campi di pallone, la Federazione temeva di perdere pubblico. Il pallone doveva tornare tra i piedi dei legittimi proprietari.

Vittorie e celebrazioni delle donne furono presto soffocate dalla dura realtà del divieto annunciato nel 1921. La Football Association, temendo di perdere il pubblico maschile a favore delle partite femminili, impose un veto che si sarebbe rivelato un’ingiustizia per molti anni a seguire. Il calcio femminile fu brutalmente ridimensionato. Squadre in Scozia e persino in Francia vedevano sbarrate le porte dell’affiliazione alla federazione. Perché Il 5 dicembre 1921 la FA dichiarò il calcio inadatto per le donne.

Questa la sentenza del Comitato consultivo della FA: “Dopo aver presentato denunce in merito al calcio giocato da donne, il Consiglio si è sentito in dovere di esprimere la ferma opinione che il gioco del calcio è piuttosto inadatto per le donne e non dovrebbe essere incoraggiato. Sono state presentate anche denunce in merito alle condizioni in cui alcune partite sono state organizzate e giocate. E all’appropriazione di entrate a favore di oggetti diversi da quelli di beneficenza. Il Consiglio è inoltre del parere che una quota eccessiva degli introiti sia assorbita in spese e una percentuale inadeguata destinata a beneficenza. Per questi motivi il Consiglio chiede alle Società aderenti all’Associazione di rifiutare l’utilizzo delle proprie basi per tali gare “. 

Un decreto draconiano emanato dalla Football Association inglese. Un atto che andava ben oltre la sfera sportiva e che gettava le basi per una discriminazione persistente e per una battaglia che avrebbe continuato a infiammarsi per decenni.

Questa sentenza non solo limitò la crescita del calcio femminile. Rappresentò pure una barriera per le aspirazioni e i diritti delle donne nel mondo dello sport. E va ricordato che la FA aveva già provato ad ostacolare le donne. Questione di antipatia, evidentemente.

Negli anni ’90 dell’Ottocento, infatti, il Consiglio della FA inviò avvertimenti ai club sull’uso dei loro terreni per le partite femminili. Nel 1902, la FA approvò una mozione che vietava i giochi di sesso misto.
Tornando alla decisione del 1921, dovettero passare parecchi anni affinché quel divieto fosse cancellato.
Nonostante nel 1969 la Women’s Football Association contasse 44 squadre, il veto della FA persistette fino al 1971. Un ostacolo che bloccò le potenzialità del movimento.

Oggi, mentre il calcio femminile fiorisce, è cruciale guardare indietro con occhi critici quella decisione del 5 dicembre 1921. La lotta per l’uguaglianza di genere nello sport è un viaggio lungo e tortuoso, ma ogni passo avanti è una vittoria contro l’ingiustizia del passato. La storia di quel divieto è un richiamo per tutte le donne appassionate di calcio a non dimenticare il prezzo pagato dalle pioniere. E’ anche merito loro se oggi il calcio è a tutti gli effetti “donna”.

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