di Silio Rossi – Il 14 gennaio scorso ricorreva il 22esimo anniversario della scomparsa di Antonio Sbardella, uno dei migliori arbitri della storia del calcio italiano e internazionale che seppe misurarsi in ruoli dirigenziali ottenendo altrettanti importanti successi.
Di Sbardella con la giacchetta nera si ricordano episodi memorabili, di Sbardella manager il più grande dei suoi capolavori: la costruzione della Lazio che avrebbe vinto il suo primo scudetto.
Competenze indiscusse, conoscenza approfondita del terreno su cui si muoveva a prescindere dal ruolo, intuizioni folgoranti, furbizia e tanto tanto mestiere. Tutto questo era Antonio Sbardella.
Premiato col fischietto d’oro dalla Fifa nel 1970
Sbardella veniva dal mondo dei direttori di gara. Da arbitro internazionale aveva avuto la possibilità di conoscere da vicino il calcio importante. A Città del Messico, Mondiali 1970, avrebbe dovuto essere lui l’arbitro della finale. La designazione decadde perché quel giorno all’Atzeca, a giocarsi la Coppa del Mondo c’era l’Italia di Ferruccio Valcareggi. L’italiano Sbardella, che successivamente fu premiato dalla FIFA con il fischietto d’oro, fu gioco forza dirottato sulla “finalina” tra Uruguay e Germania. Gli Azzurri, dopo aver vinto “partido del siglo” contro i tedeschi, si trovarono in finale faccia a faccia con Pelé.
Nel ruolo di arbitro Sbardella aveva sempre abbinato in maniera straordinaria, furbizia e bravura. Lucidi i suoi riflessi prima delle decisioni, perfetta la conoscenza dei regolamenti. E poi aveva credibilità, personalità e mestiere. Nessuno riusciva a condurre in porto alcune gare “delicate” come lui. Ad esempio in quella partita in cui non fischiò mai dando una grossa al Messina nel delicato match contro il Modena. Ai siciliani bastava un pareggio e Antonio detto “tic-toc, tic-toc” fu così bravo da arrivare al novantesimo con lo 0-0 iniziale. Proprio come serviva al tecnico dei messinesi Mannocci.
Dalla fuga in elicottero alla promessa a Scopigno
Di Sbardella si ricorda anche una fuga in elicottero dalla Favorita, lo stadio di Palermo, dopo una strana sconfitta in casa dei rosanero. A far imbestialire i tifosi siciliani il 19 marzo del 1969, la convalida del gol vittoria del Napoli.
Ma di episodi più simpatici e particolari ce ne sono a iosa. Fu bravissimo quando convalidò un gol della Fiorentina contro il Torino senza aver visto la palla varcare la linea bianca. “Non l’ho visto – confessò la sera in televisione – ma ho capito che era gol perché il capitano del Torino s’è messo le mani nei capelli. A quel punto non avevo più dubbi che la palla fosse entrata“.
Ma a Vicenza fece arrabbiare il suo amico Scopigno quando concesse un rigore all’Inter. Manlio se la prese da morire e insultò il suo amico Antonio durante il resto della partita e negli spogliatoi. Sbardella, dopo aver appurato che attorno non c’era più nessuno, fece una promessa a Scopigno: “Manlio sta’ bbono. Non fa lo stronzo che alla prima occasione te lo ridò“. Gli annali raccontano che fu di parola..
Come costruì la Lazio dello scudetto
Non servì giocare alla “carta vince e alla carta perde”, perché la Lazio conquistasse il suo primo scudetto. Eravamo all’inizio degli anni Settanta e ad aprire la stanza dei bottoni a chi di calcio ne sapeva parecchio ci pensò Umberto Lenzini, facendo accomodare nella sede di via Col Di Lana “il direttore” Antonio Sbardella. Ex arbitro internazionale, persona che conosceva il suo ambiente anche senza il fischietto in bocca.
Girando per il mondo, il dirigente di Palestrina aveva infatti intuito che il calcio stava cambiando e che sarebbero serviti aria e sistemi nuovi da sostituire dove il “vecchiume” sembrava non avere alternative.
Lenzini, con un colpo di scena, affidò all’arbitro che aveva cambiato mestiere per lavorare da manager, la direzione generale della società, con pieni poteri e con la speranzosa aspettativa che ne sarebbe nata una nuova ed efficace creatura.
Successe davvero. Il primo atto trovò Sbardella a respingere quanti chiedevano che in panchina tornasse Juan Carlos Lorenzo, che aveva salutato Roma e lasciato la squadra in serie B. No. Lui scelse Tommaso Maestrelli. Successivamente il direttore mostrò grande abilità nel sistemare, con quel poco che passava il convento biancazzurro, una formazione in modo che potesse finalmente emergere e strappare qualche applauso.
Fu sacrificato Peppinello Massa che la Lazio aveva prelevato dal Napoli e che non aveva dato risposte confortanti. Con una lungimirante manovra economico-sportiva, Don Antonio propose l’attaccante all’Inter, che era alla ricerca di un’ala che potesse supportare gli avanti nerazzurri. Così fu deciso con una trattativa durata pochi minuti: Massa all’Inter in cambio di 200 milioni di lire (oggi ci sarebbe da ridere) più il cartellino di Mario Frustalupi costretto costantemente a fare panchina.
Con i 200 milioni incassati Sbardella fu abilissimo a tesserare il portiere Felice Pulici dal Novara, Re Cecconi dal Foggia e Garlaschelli dal Como.
Insomma con una sola operazione di mercato e con quel poco che era in cassa, Sbardella aveva costruito per Maestrelli l’undici scudetto.

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