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L’editoriale di V. Cerracchio: “Farò quel potrò”

"La Lazio non appartiene ai suoi tifosi da un ventennio"

di Vincenzo Cerracchio – “Farò quel che potrò per la mia Lazio…”, conclude il coro della Nord sulle note della mitica My Way.
E il motivetto non mi esce più dalla testa da domenica sera: sarà per l’atmosfera irreale, il solito prodigio di luci e bandiere; sarà per la visita di Sven, che ha scelto giustamente un pieno d’amore per reagire al male; sarà per le lacrime vere di Felipe, anima pura in un corpo di campione; sarà perché sono già cinquanta da quello scudetto che illuminò d’irripetibile i miei diciott’anni.

E senti il vuoto, laddove spiccavano i volti e le voci di amici come Felice, Pino, Vincenzo, degli ultimi eroi a seguire il Maestro nel Paradiso biancoceleste. E di Sinisa, che avrebbe meritato un Bologna così bello dopo la Lazio più grande di sempre.

A maggio, si sa, nel calcio si fanno i conti. E ciascun giorno, verso fine mese, scandisce in genere gli anniversari vincenti.
Li abbiamo ben impressi nella mente, noi laziali, forse più del compleanno di un fratello. Mi lascia interdetto, lo confesso, non aver granché gioito per l’Europa League che verrà: forse perché le coppe ormai sono a portata di tutti, settime, ottave, magari none. Forse perché vincerla mi sembra più che mai un’ipotesi remota perché servono grandi giocatori, e c’è a chi glieli prestano e chi dovrebbe scoprirli e crescerli, e nel caso tenerseli stretti, tutt’altro che l’identikit di Lotito. Che un merito, uno solo, ce lo ha avuto dai tempi di Delio Rossi: azzeccare gli allenatori. E quest’anno non lo so…
Mi ha colpito la frase di un tifoso laziale molto presente sui social: “Non voglio guardare una partita della Lazio fino alla prima del prossimo campionato”.

Spina staccata, radio spente sul mercato che già propone, con annesse incomprensibili fanfare, giocatori non presenti neanche negli album delle figurine, concorrenza di squadroni da battere (e se così fosse, davvero, non li vedremmo mai). Più un misterioso progetto Flaminio, che verrebbe dopo la Chiesa di Formello… Credo non sia il solo, quel tifoso, a voler staccare. Perché solo un anno fa, esattamente un anno fa, secondo posto miracoloso a parte, molti di noi hanno sognato l’anno zero.
I soldi della Champions sommati (purtroppo) a quelli di Milinkovic, Sarri alla Ferguson, con l’esperienza giusta per costringere Lotito a venirgli dietro nelle scelte. Sappiamo com’è finita. Lotito non ha accontentato l’allenatore neanche su un nome (Berardi, Zielinski, ora sono quelli ufficiali), i giocatori hanno capito l’antifona, nessun rinforzo eclatante e i miracoli non si ripetono.

Anche Sarri, che i laziali li aveva capiti e poteva essere una sorta di capopopolo delle loro aspettative, ne è uscito logorato, rassegnato, sconfitto. Se n’è andato praticamente insalutato. Ci avrete fatto caso: da quel momento Lotito parla a raffica, con chiunque, anche con i passanti, spiega, teorizza, millanta. Ogni tanto si appisola in pubblico ma è per via di quello che si porta sulle spalle: la Lazio intera. Se stesso.

Ricordate il caso Bosman? Direte, lo so, mo’ che c’entra… Beh, eravamo a metà degli anni ’90, e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilì che i calciatori professionisti europei potevano liberamente trasferirsi in qualsiasi club del Continente come un qualsiasi altro lavoratore. Il limite agli stranieri per club non esisteva più. Ebbene uno degli argomenti giuridici che l’Uefa e le varie federazioni calcistiche dei Paesi europei proposero per ribaltare questa sentenza fu quello della “specificità dei club di calcio” rispetto a qualsiasi altro tipo di azienda: “Al di là della proprietà materiale, i club appartengono ai tifosi, perché se non avessero tifosi non avrebbero ragione di esistere”.
Uno dei rari casi in cui una teoria, chiamiamola filosofica, trovava piena rispondenza nella realtà. La Lazio, tornando a bomba e al di là dei prospetti filosofici di allora, non appartiene ai suoi tifosi da un ventennio: Lotito ne festeggerà a luglio l’acquisizione.

Non ha molto senso letterale, quindi, a ripensarci, quella bellissima frase iniziale: “Farò quel che potrò…” Sa di utopia purissima. Andare allo stadio, tifare, cantare, non criticare, tornare a casa. Pensare che quando ho iniziato a capire i tifosi, mi sono innamorato della Lazio ancor di più: per quanto sostenevano, lottavano, adoravano senza mai cadere nella piaggeria, critici a oltranza eppure attaccati ferocemente ai propri colori, alla propria Storia, che è immensa e polisportiva. Riamati da tutti, allenatori e calciatori, che sono passati da queste parti. Mi piacerebbe risvegliarmi dopo Ferragosto immerso in quel tifo passato, che niente faceva passare facilmente.
Significherebbe ritrovarci ancora vivi. Per me conterebbe di più che vincere la coppa delle settime.

(Vincenzo Cerracchio)

1 Comment

  • Caro amico,se da quando c’è egli non vado più allo stadio,oltre 30 anni di abbonamento,questa è la ragione non principale,ma unica . A chi ha conosciuto bene “er Sor Umberto”, a chi è stato vicino ai veri Presidenti come Giorgio Calleri e Giovanni Cragnotti ,a chi beveva Brachetto con mister Eriksson, a chi saluta affettuosamente il nostro Presidentissimo Antonio Buccioni,a chi ha ancora una fetta di cuore in Tevere,a chi ti ha conosciuto da vicino,le tue parole suonano come dolce musica,un abbraccio amico Vincenzo.
    La natura a volte non è benigna ,ma non puoi e non devi farne una colpa a chi per Amore della S.S. Lazio subisce le conseguenze .

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